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Sono una guerriera e combatto il cancro

” Il cancro non fa differenze nè tra bandiere nè tra religioni. Il cancro è uno solo. Non ho mai nascosto niente perché non ho niente di cui vergognarmi. ”

Così mi risponde Giulia, nella parte finale del suo discorso, dopo che io le ho espresso il mio desiderio di intervistarla. Giulia è un’amica, che lotta la sua battaglia contro il cancro da ormai due anni. Una guerriera che col tempo ha perso parte dei capelli, ed è stata costretta a rinunciare a tasselli che facevano parte della sua quotidianità, ma ciò che non ha mai perso è il sorriso, ciò a cui non ha mai rinunciato è la voglia di vivere.

” Prima di sapere di avere il cancro, che immagine avevi di te e come vivevi la tua vita ? “

-” Prima di avere il cancro ero una ragazza normalissima. Avevo 22 anni. Ero iscritta al terzo anno di Giurisprudenza a Firenze, nella mia città, e pensavo solo a studiare. Il progetto era di concludere gli studi regolarmente, in 5 anni, di laurearmi e di diventare un avvocato. Niente di particolare insomma. Una vita da studentessa, fatta spesso di sacrifici. Riconosco di aver messo da parte spesso gli affetti e le persone care pur di non fermarmi mai. Ogni giorno era uguale all’altro. Non c’era Natale, Capodanno o festa che mi distraesse dallo studio. Ed è forse proprio questo lato del mio carattere, la testardaggine, ad avermi sempre fatto arrivare dove volevo. Per rilassarmi la sera andavo in palestra. Ma anche li, a volte, ne approfittavo per ripassare in vista di un esame. Per fortuna c’era la mia famiglia sempre pronta a sopportarmi e supportarmi. Sono legatissima alla mia famiglia. Era, è e resterà per sempre una parte fondamentale per me. Tant’è che alcuni di loro sono anche tatuati sulla mia pelle, per sempre. ”

 Cosa ti ha spinta a fare degli accertamenti? E quando hai scoperto il mostro che tiene in ostaggio il tuo corpo e la tua salute, qual’è stata la prima cosa che hai pensato ? “

-” Gli accertamenti sono stati casuali. A Febbraio 2014, una notte succede qualcosa dentro di me. Ma io non me ne sono resa conto subito. Il giorno dopo avevo un rigonfiamento nel collo, vicino alla scapola, esattamente a destra. Non è un caso. Questa malattia si presenta così a tutti. Non era una cosa normale, lo sapevo. Andai dal mio medico di base chiedendo di fare d’urgenza una radiografia alla tiroide. Nella mia ignoranza avevo il timore di “essermi beccata” lo stesso tumore che quando ero piccola alle elementari aveva avuto mia madre. Ricorderò sempre quel giorno. Ero felice perché nero su bianco c’era scritto che la tiroide era perfetta. Allora ero sana. Forse la stanchezza degli esami. Era appena finita la sessione invernale. Forse un nervo accavallato in palestra. Forse. Fatto sta che alla fine del referto suggerivano di fare degli esami più approfonditi ai linfonodi che erano troppo grossi. Decisamente troppo. Avrei dovuto scegliere tra ago aspirato e biopsia. Il medico di base, carte alla mano, mi prescrisse delle analisi del sangue. C’era un valore sballato. Si chiama VES. E’ uno dei marcatori tumorali. Ma non solo. Perché la VES alterata denota molto spesso delle banalissime infiammazioni. A volte anche chi ha mal di denti presenta la VES sfalsata. La scelta del medico, a questo punto, fu quella di somministrarmi per una settimana l’oki, un normalissimo antinfiammatorio. Passata la settimana, come per magia, quel rigonfiamento sparì. Per me la cosa era finita li. E invece, 6 mesi dopo, a Luglio tornò fuori. E tornò fuori assieme ad un grandissimo herpes alla bocca. Era la prima volta in tutta la mia vita che mi compariva l’herpes. Non sapevo neanche cosa fosse. Ho passato tutta l’estate a mettermi l’apposita crema per farlo seccare ma niente. Non c’era nulla da fare. Più cercavo di curarlo e più si espandeva. A settembre, tornata dal mare, detti l’ultimo esame e mi feci coraggio. Chiesi aiuto ad un collega di studi che da sempre mi aveva teso una mano. Ma io, che non amo le raccomandazioni, avevo sempre rifiutato. Quel giorno fu più forte di me. Sentivo che qualcosa non andava e lo chiamai. Il giorno dopo sarei dovuta andare a Careggi a Radioterapia. E come facevo a dirlo ai miei? E se era solo un falso allarme? Decisi di fare tutto da sola. A mia madre raccontai che le lezioni all’Università cominciavano prima. Lei era tranquilla. Mi sapeva a Novoli a studiare. E invece io ero li ad aspettare la mamma di questo amico, nonché dottoressa proprio in radiologia. Era la prima volta che la vedevo. Eppure lei non si fece tanti problemi. Iniziò con le domande e poi a toccarmi. Poi chiamò altri medici che cercavano di ipotizzare problemi risolvibili. Ma io avevo capito che quello era un linguaggio in codice. Loro sospettavano altro. La dottoressa fece un po’ di chiamate. Essendo io maggiorenne mi portò al pronto soccorso a fissare la visita con l’anestesista per fare l’intervento. Intervento? Non osavo chiedere. Ero frastornata. Per fortuna c’era lei a guidarmi. Subito dopo siamo andati da un altro medico nonché dal mio attuale ematologo. Passammo avanti a tutti. Mi sentivo privilegiata. Che stupida. Anche lui mi toccò. Aprirono subito la mia cartella clinica. Stavolta ero nel reparto di oncologia. Eppure ancora non avevo capito. O forse non volevo capire. Io e la Dottoressa uscimmo. Mi chiese se volevo mettermi a sedere per farle delle domande. E certo che volevo farle. Che cosa è? Cosa ho? Queste furono le prime. Le risposte furono chiare. Hai un linfoma. Non poteva dirmi con precisione quale. Avremmo dovuto aspettare la conferma dalla biopsia. Poi si accese una lampadina: ma un linfoma come si cura? E lì la doccia fredda. Con la chemio. Chemio terapia. Cosa? Non è possibile. Non a me. Figuriamoci, io sono sempre stata forte. In vita mia non ho mai preso neanche la febbre. E invece aveva ragione lei. La biopsia era chiarissima. Avevo un linfoma. Precisamente il Linfoma di Hodgkin. Le prime volte non sapevo nemmeno come pronunciarlo. Ma prima di cominciare le cure c’erano altre cose da fare. Prima di tutto la BOM per controllare che almeno il midollo fosse pulito. E poi il Port. Una macchinetta infilata sotto pelle che mi sarebbe servita per la chemio. Infinte il libretto delle istruzioni. Ai pazienti oncologici, prima di iniziare, viene dato un libriccino nel quale ci sono scritte le cose fondamentali da sapere. Avere i capelli corti prima di iniziare aiuta a non farli cascare perché sono meno pesanti. Il phone va usato il meno possibile perché li brucia. La nausea può essere massacrante. Etc. Fino a quando arrivò quel 31 ottobre 2014, nella giornata di Halloween, io iniziai la chemio. Un giorno indimenticabile. Ricordo che alle 8 dovevo essere alla Piastra di Careggi per fare l’emocromo. Alle 9 invece ero sulla poltrona pronta ad essere attaccata alle sacche. In tutto erano 4. Sopra c’era scritto il mio nome, il cognome e la data di nascita. Ognuno ha le proprie sacche, in base al tumore e ai dosaggi. Mi spiegarono che la sacca rossa è quella che fa cascare i capelli e che mi avrebbero messo una cuffia congelata sulla testa che raffredda il bulbo dei capelli e ne limita la caduta. Accesi l’ipad per ascoltare la musica e cominciai. Ogni volta erano 2 ore e mezza. Ogni 15 giorni. Dal 31 ottobre 2014 al 7 aprile 2015. 6 lunghissimi mesi di chemioterapia. E in questi mesi, all’inizio come alla fine c’era una domanda che mi tormentava: perché a me. Non lo auguro a nessuno, ovviamente, ma non capivo perché era successo proprio a me. Cioè io ero felice. Studiavo, avevo una bella famiglia. Perché mi ero meritata tutto questo? E’ così che l’ho vissuta per un po’ di tempo, come una punizione. Non so per cosa. Ma per me era una punizione. Adesso invece, so che è stato un regalo, un regalo prezioso che viene donato a pochi e per questo devo farne tesoro ancora di più. “13405637_10154220847914304_1138418645_o

( Giulia alla sua prima chemio con la cuffia )

 Quali cambiamenti hai dovuto affrontare? In cosa ti senti diversa e in cosa ti senti sempre la stessa ? “

-” I cambiamenti sono stati devastanti. Ovviamente il peso. Io che odiavo i dolci ho avuto durante la chemio forti attacchi di voglie. Soprattutto di dolci e di olive. Ovviamente il cortisone ha fatto il suo e così ogni giorno lievitavo. Gonfiavo come un palloncino. Vedevo il mio viso cambiare le sembianze. I vestiti che il giorno prima entravano, non mi stavano più già il giorno dopo. Per non parlare della pelle. Avevo una pelle liscissima, come quella dei bambini. Lucida. Senza neanche un brufolo. Il che potrebbe essere stupendo. Ma a pensarci bene tutto quello splendore nascondeva la potenza della chemio che brucia qualsiasi cosa. Così come bruciava i capelli. Fortunatamente non se ne sono andati del tutto. La maggior parte sono rimasti li. Ma erano instabili. Non avevano un verso. Ma l’importante era che c’erano. E questo mi ha aiutata tantissimo a livello morale. Nonostante i cambiamenti, però, io ero sempre la stessa e quindi non potevo certo smettere di studiare. Anche se i giorni in cui stavo benino erano pochi non ho mai smesso di dare gli esami. Con molta fatica. Perché non ci sono appelli speciali per gli studenti oncologici. E spesso le date degli esami combaciavano con quelle della chemio. Nonostante tutto sono andata avanti e strano ma vero sono sopravvissuta arrivando al quinto anno in regola, pronta alla tesi. “13410867_10154220813404304_254632538_o

( Il primo taglio dopo la biopsia )

 Hai condiviso sui social, passo per passo, la tua battaglia, e ciò che mi ha colpita è stato vedere come sia tu in realtà ad infondere speranza negli altri, i messaggi che trasmetti spronano le persone a non mollare mai ed a crederci sempre. Da cosa trai la tua forza e quanto conta essere positivi ? “

-” Studiare è stata una di quelle forze che mi ha aiutata a non mollare. Avere un motivo per il quale alzarmi la mattina e non stare a letto per la nausea, è stato un ottimo incentivo. Anche la presenza della mia piccola cagnolina Birba è stata fondamentale. Ogni volta che stavo male lei lo capiva e faceva di tutto per tirarmi su di morale. Non mi lasciava un attimo. Era la mia ombra. Per non parlare della mia famiglia, incluse le mie migliori amiche ed il mio ragazzo. Perché,sembra impossibile, ma a metà chemio, tutta spelacchiata e ingrassata, sono anche riuscita a trovare l’amore, quello con la A maiuscola. O forse è lui che ha trovato me e mi ha salvata. E’ una persona di una sensibilità straordinaria che ha saputo starmi accanto nonostante tutto e tutti. I momenti di chemio il lunedì per me sono stati momenti bellissimi. Perché la domenica comunque l’avevo passata con lui. Arrivavo dalle infermiere col sorriso. E poi ad aspettarmi c’era sempre qualcuno. Mamma, Birba, Alessia. Persone speciali che ogni lunedì ne approfittavano per farsi compagnia in quelle 2/3 ore di chemio. E’ stato tutto come una favola. Non mi è sembrato così tremendo. Io non ho un brutto ricordo della chemio. Anzi. Per me è stata l’esperienza più incredibile che mi potesse capitare. Sapere di poter rischiare tutto e rinascere non ha prezzo. E piano piano ho iniziato a capire che era questo il messaggio che la vita mi aveva donato. Questo linfoma era il mio campanello di allarme. Questo linfoma mi è servito per aprire gli occhi. Per capire che nella vita c’è altro. Che se non mi voglio bene io per prima non può farlo nessuno. E io, prima della malattia, mi ero trascurata anche troppo. Mettevo sempre gli altri al primo posto. E invece non va bene. Sappiate che un po’ di sano egoismo fa sempre bene. A volte siamo noi i primi a doverci fare una coccola. Non aspettiamoci sempre un gesto dagli altri. Impariamo a poter contare anche su noi stessi. Se ci affidiamo completamente agli altri e questi crollano noi andiamo giù con loro. Il trucco è quello di stare vicini ma non troppo. Come i porcospini con gli aculei. Se si avvicinano troppo si bucano. Devono stare ad una certa distanza per poter stare insieme. Credere in me stessa è stata la forza che mi ha spinto a scrivere della mia storia sui social. Per qualcuno è stato un manifesto di esibizionismo. Per me era un modo di far stare vicine a me le persone che volevano farlo e che in realtà non avrebbero potuto. Anche perché durante la chemio la mia vita era segregata. Non potevo uscire, non potevo fare le cose normali perché le mie difese immunitarie erano basse. Niente cinema o ristoranti, niente luoghi affollati. Niente. Tutti i miei cari dovevano fare il vaccino antinfluenzale se non volevano rischiare di farmi ammalare. Non ho potuto stare accanto alle mie cugine che hanno sofferto da lontano. Sono piccole eppure sapevano che ero a fare delle cure speciali. Perché io, in fondo in fondo, tanto normale non lo sono mai stata. E piano piano, l’affetto delle persone, ha fatto tutto il resto. Ha riempito le mie giornate. Scrivere sui social è stato un mondo per informare del mio stato di salute e di come procedevo. Ma è stato anche un modo per far capire come ci si deve comportare quando si vuole stare accanto ad una persona con una malattia del genere. Perché non è facile stare accanto noi. Siamo molto più vulnerabili e lunatici del solito. E’ tutto amplificato. E il rischio è che qualcuno possa offendersi per quello che facciamo o diciamo. Invece il ruolo di chi ci circonda è importantissimo. Io so bene che il mio ragazzo, tutti i miei amici, nonché i parenti siano stati in pensiero, abbiano pianto e si siano preoccupati per me. Ma tutto questo a me non lo hanno mai fatto vedere. Insieme dovevamo solo gioire. E questo non significa illudersi o fare finta che tutto andasse bene. Significa semplicemente speranza. Sorridere alla vita sperando che le cose vadano per il meglio. Quando si cade così in basso, non per nostro volere, non si può far altro che lottare per riprendersi quella vita meritata e desiderata. ”

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( Uno dei primi scatti di Giulia e del suo ragazzo )

Secondo te si parla troppo poco di cancro ? Che cosa tutti dovrebbero sapere e come tutti possono aiutare ? “

-” Purtroppo si, di cancro se ne parla poco. Se ne parla poco perché c’è paura. Paura di non farcela.Paura di ferire chi ascolta. Paura di inviare un messaggio negativo, di buio. Come in tutte le cose che non si conoscono direttamente ci facciamo prendere dai pregiudizi. Un malato oncologico non è un alieno. E’ una persona normalissima ma con delle esigenze speciali. Un malato oncologico ha molto da dare e molto da insegnare. Un malato oncologico vede le cose in maniera diversa e vive a 360 gradi. Tutto diventa importante. Viene rivalutato tutto. Tutto viene rimesso in discussione per riscoprire ogni cosa. Come fanno i bambini. E riscopri piano piano il sapore dei cibi, il piacere di stare a casa con la famiglia, di uscire con gli amici. Queste sono le cose da raccontare del cancro. Non i capelli che se ne vanno, o le nausee. Queste sono cose che sanno tutti. Bisognerebbe cominciare a raccontare tutte quelle cose belle che nessuno vede se non le ha vissute. Anche io ero ignorante. Lo ammetto. Quando mi hanno detto del tumore e della chemio la prima cosa è stata la disperazione più totale per i capelli. Eppure in casa avevo avuto la mamma che si è ammalata più volte di cancro e lei ce l’ha sempre fatta. E’ a lei che mi sono ispirata sempre nella mia lotta. Siamo donne. E le donne hanno una marcia in più. Però ero piccola quando è successo a lei e quindi non mi aveva raccontato tutto. E invece avrebbero dovuto farlo. Bisogna raccontare la verità anche ai bambini. I bambini capiscono anche da soli. Sono così istintivi e genuini che non hanno filtri. Loro riescono ad elaborare ogni cosa come una favola. A tal proposito vorrei consigliare a tutti di comprare e di leggere il libro “La principessa Fuzzia”. E la storia di una ragazza che come me si è ammalata, ha lottato e ha vinto. Lei è Carlotta Filardi, e forse molti già la conoscono per il famoso servizio alle Iene. Io ve ne voglio parlare per via dell’associazione che lei ha fondato e di cui faccio parte. Grazie alla sua associazione e tutto quello che si riesce ad organizzare io sono rinata. Grazie all’Associazione TottaxTutti e a quelli che ne fanno parte io sono riuscita a piangere del mio dolore, ad elaborarlo e a farlo mio, convivendoci come se fosse l’altra faccia della medaglia. Ho lottato, è vero, e forse dovrò ricominciare a farlo ma la vita mi ha regalato la possibilità di essere migliore e di conoscere persone speciali. Cosa si può chiedere di più? ”

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( La prima volta che Giulia ha potuto tenere in braccio Birba )

 So che la tua canzone e quella della persona che ami è “Guerriero” di Marco Mengoni. Cosa vedi davanti a te, e cosa speri per il tuo futuro, guerriera ? “

-” Ovviamente, come la maggior parte delle persone che hanno dovuto lottare o che stanno lottando per qualcosa, la canzone Guerriero di Marco Mengoni è stata una vera e propria colonna sonora. Tant’è che, appena potrò, ne tatuerò una frase. Il guerriero però è il mio ragazzo. E’ lui che ha dovuto combattere per davvero. Penso che non ci sia cosa più dolorosa di sapere che la persona che ami sta male e che potrebbe non farcela. Eppure lui ha sempre creduto in me e nella mia forza. Ha sempre sostenuto ogni mia scelta, preoccupandosi sempre che io non mi stancassi troppo. E’ stato un guerriero ed un angelo allo stesso tempo, come pochi ce ne sono oggi. Adesso davanti a noi c’è un futuro insieme. Quando a Gennaio è stata prospettata la possibilità di una recidiva mi sono sottoposta al congelamento degli ovuli. Perché sicuramente lui si merita di costruire la famiglia che ha sempre sognato e di essere chiamato babbo. Da poco abbiamo anche deciso di andare a convivere. Ovviamente senza dimenticare i miei studi. Ormai mancano solo due esami. A ottobre discuterò la tesi. Hodgkin permettendo. Ma non mi ha fermato finora. E non lo farà mai. Spero di poter dire finalmente la parola fine. Di levarmi il port e di ricominciare ad assaporare la vita come tutte le ragazze della mia età, andando in palestra e viaggiando. Insomma spero di tornare a fare le cose che facevo prima ma con un anima diversa. Sicuramente migliore.

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PennaLibera

 

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Un’avventura tutta italiana in Corea

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Alessandra Tamponi è una ragazza italiana di 21 anni. E’ originaria della Sardegna e da tre anni si è trasferita a Firenze per proseguire i suoi studi in Scienze Politiche a Relazioni Internazionali. E’ una mia cara amica, ma è anche una delle persone più brillanti che io conosca. Con una mente aperta e gli occhi rivolti al mondo, col desiderio di scoprire sempre nuove cose e,tra le labbra, le storie dei suoi viaggi dai quali riporta valigie piene di ricordi ed esperienze. E’ una viaggiatrice ed una sognatrice, ha visitato tantissimi paesi, tra cui Cina, Thailandia, Stati Uniti, Russia, Egitto, Grecia, Giordania e molti altri…ha conosciuto ogni tipo di persona che arricchisce questa Terra, ed ha saputo trarne il meglio da ognuna. Perchè siamo abbastanza diversi per avere la curiosità di confrontarci, e siamo abbastanza simili per ritrovarci nell’altro come persone, perchè ciò che ci anima sono sentimenti ed emozioni.

Alessandra in questo momento si trova in Corea del Sud, è partita a Gennaio attraverso un progetto universitario, e tornerà in Italia a Giugno. Sono stati mesi intensi per lei, che l’hanno cambiata e fatta crescere, e queste sono le sue parole…

” Perché hai deciso di andare in Corea del Sud ? “

– Diciamo che l’ amore per la Corea è nato da un amore più grande che è quello dell’Asia in generale, ancora oggi l’Asia con tutte le sue sfaccettature mi sembra l’unico continente dove ci sia ancora qualcosa da scoprire, la curiosità per esso mi ha fatto arrivare prima in Cina, ed è proprio mentre vivevo e studiavo là che sono entrata per la prima volta in contatto con dei coreani. La curiosità mi è nata grazie a loro e ai miei compagni di classe cinesi, ho iniziato dalla musica e dalla televisione per poi imparare piano piano qualcosa della lingua e delle usanze, quando ho iniziato a studiare scienze politiche inoltre ho preso sempre più coscienza della difficile situazione politica nella quale si trova il paese…la divisione con la Corea del Nord e le note violazioni dei diritti umani che vengono perpetuate in quest’ ultima sono state la spinta finale che mi serviva per decidere di venire qui.

” Appena arrivata cosa ti ha colpita maggiormente?

-Direi la grande quantità di cristiani, essendo la Corea un paese così in estremo oriente dove la maggiore religione è il Buddismo e la principale filosofia quella Confuciana, una presenza così radicata del Cristianesimo Protestante e Cattolico mi ha abbastanza stupita, però studiando la storia del paese si scopre che sotto la dinastia Joseong, di orientamento Confuciano, i buddisti sono stati identificati come i nemici del potere reggente e i monasteri spostati esclusivamente in montagna e in zone lontane dalla vita urbana.

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” Che tipo di persone sono i coreani ? È facile relazionarsi con loro ? “

-“Che dire dei coreani…sono sicuramente timidi, molto più dei cinesi o dei tailandesi, una mia compagna del corso di economia ha trovato il coraggio di rivolgermi la parola solamente quando ci siamo trovate, per caso, da sole dentro l’ ascensore del dormitorio per esempio, però dopo essersi presentata la prima cosa che ha fatto è stata offrirmi aiuto in economia perché mi vedeva sempre scrivere e aveva intuito che la materia fosse complessa per me, per cui non direi che è difficile relazionarsi con loro…assolutamente no, è uno dei popoli più gentili e generosi che ho avuto l’ onore di incontrare: se piove e sei senza ombrello, troverai sicuramente uno sconosciuto disposto a ospitarti sotto il suo per una buona porzione di strada. A me è capitato diverse volte, mentre ero nell’ isola di Jeju un completo sconosciuto che doveva andare in ufficio è rimasto a ripararmi per circa venti minuti finché non ho trovato un taxi che mi portasse in aeroporto.

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” Hai notato qualche somiglianza con l’Italia? “

-“Mmh…onestamente non direi, forse l’unica somiglianza davvero forte che ho trovato è stata l’ amore per il loro passato e un grande senso di orgoglio per la loro storia e la loro cultura…ma questo è tutto direi assieme al basso tasso di natalità. La Corea è un paese che corre veloce, è un paese giovane che non vede l’ ora di sfidare …per tutto  questo la mette su un piano totalmente diverso dall’ Italia. Ammetto che mentre ero a Jeju, un’isola nel bel mezzo dell’oceano, ho avuto quasi l’impressione di stare in Sardegna. L’isola, con quell’odore forte di mare e di sale e il terreno diviso tra piccoli fazzoletti di terra separati da muretti di pietra e la natura ancora un po’ selvaggia, in certi punti mi ha ricordato casa mia…ma io vedo un po’ di Sardegna in quasi tutte le isole che visito.

” E dovessi fare un confronto, cosa ti manca dell’Italia in Corea?

-” Non saprei, sono così entusiasta della Corea per adesso che non ho davvero avuto il tempo di pensarci, mi manca la frutta economica ora che ci penso, le strade tranquille la mattina presto e l’aria pulita, sopratutto questa credo…a Seoul, una giungla di grattacieli e uffici, non la troverei mai, è una città in continuo movimento e costantemente piena di vita…ma mi piace così, mi piace molto.

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” Hai partecipato a qualche tipo di evento o festività? “

-“Sì per fortuna, ho visto le strade riempirsi di bandiere e di canti durante l’Anniversario del Movimento di Indipendenza il 1 Marzo. Il 7 Maggio ho preso parte alla parata notturna per lo Yeon Deung Hoe, ovvero il Festival delle Lanterne di Loto, una festività che, anche se buddista, unisce tutto il paese. Seoul si trasforma in una città di luce. Consiglio a tutti, nel caso in cui un giorno voleste visitare la Corea del Sud, di andare proprio in questo periodo, perché è un peccato perdersi uno spettacolo del genere. Sono andata al tempio per il compleanno di Buddha il 14 Maggio, immergendomi completamente nella cultura buddista, pronunciando uno dei tanti mantra, mangiando il cibo dei monaci rigorosamente vegetariano e prendendo parte a una competizione per la creazione di una lanterna di loto. Il 5 Maggio, essendo la festa dei bambini, ed essendo io pienamente consapevole di quanto caotica può essere una festa del genere avendola vissuta sia a Bangkok che ad Harbin (in Cina), ho deciso di allontanarmi da Seoul per andare a Boseong, una piccola città tra mare e monti, al sud, famosa per le piantagioni di tè, dove ogni anno, all’inizio di Maggio, si celebra  il festival del tè verde. Ho camminato tra le piantagioni e fatto il mio tè, e dopo aver scoperto quanto è dura non ne sprecherò mai più neanche una foglia.

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” Che percezione hanno della Corea del Nord ? “

-” Direi che dipende, molti sud coreani sognano la riunificazione, ma non hanno nessuna idea di come tale riunificazione dovrebbe avvenire, altri si accontenterebbero di avere col paese una relazione più amichevole di quella che li lega adesso, sicuramente c’è timore per i test nucleari effettuati da quest’ ultima…le notizie su di essi occupano gran parte dei notiziari televisi, ogni giorno, però, la diffidenza nei confronti dei rifugiati nord coreani sta diminuendo sempre di più, sebbene gli anni di separazione abbiano fatto sì che anche la lingua si evolvesse in modo leggermente diverso. L’integrazione di questi ultimi è sempre più facile, almeno da quello che mi hanno detto loro. Ho la fortuna di fare volontariato per un’ organizzazione con la quale ho la possibilità di insegnare a rifugiati nord coreani. Molti di loro non desiderano essere sfruttati per un qualche tipo di campagna politica, ma altri vorrebbero prendere parte in quella che potrebbe essere, un giorno, la riconciliazione tra le due Coree, che potrebbe poi evolversi in una vera riunificazione…in fondo sono tutti coreani.

” Pensi che avrai nostalgia della Corea una volta tornata a casa? “

-“Sicuramente sì, il brutto di viaggiare tanto e di vivere in paesi diversi è che è un continuo dare e ricevere, e così come ti senti un po’ più completa scoprendo il mondo, allo stesso modo devi vivere con la consapevolezza che una parte di te resterà  nel paese che ti ha ospitato, e questa condizione ti condanna a stare sempre un po’ spezzettata…è bellissimo ma è orribile, è la sorte di chi cerca di sentirsi a casa ovunque. Non escludo comunque l’idea di tornare, la Corea è un paese che amo e mi piacerebbe viverci, ma prima di fare piani del genere devo pensarci seriamente, resterei sicuramente più a lungo se potessi…ma per ora cerco di godermi il tempo che mi resta.

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L’8 MARZO E LE DONNE

Penso che l’8 marzo sia una giornata molto importante, al di là del risvolto commerciale che ha preso, come ormai ogni cosa d’altronde… ma io credo che quello che dovremmo portare avanti, oltre al ricordo delle tante, troppe vittime della violenza di genere, è una CULTURA DEL RISPETTO.

Si perchè il vero campo di battaglia sono le menti delle persone, da cui dobbiamo sradicare la convinzione della disuguaglianza tra donna e uomo. E tengo a precisare che parlo di disuguaglianza e non di differenza. Le differenze esistono, le differenze sono qualcosa di positivo che deve essere tutelato. Le differenze non esistono solo tra donna e uomo, ai quali tuttavia devono essere garantiti i medesimi diritti e le medesime opportunità, ma anche tra donne stesse.

E’ vero, siamo donne, ed è la cosa più bella che ci accomuna, ma siamo anche diverse, abbiamo vissuti diversi, storie diverse, scelte diverse che ci contraddistinguono, e ne dobbiamo essere fiere. Perchè essere libere significa scegliere chi essere, senza condizionamenti e pressioni. Ma a volte è ancor più difficile quando ogni giorno devi fare i conti con i pregiudizi ed i giudizi delle persone che pensano di aver capito tutto di te. Sono quelle stesse persone che non sono interessate ad ascoltare la tua storia, ma che decidono di cucirmene una addosso, con stracci di parole, di immagini, di false testimonianze che fanno parte di una realtà che non mi riguarda e che non condivido quanto loro.

E mi ferisce ancor di più quando questo senso di diffidenza viene manifestato da una donna verso un’altra donna. Quando da una donna mi sento dire ” Se sei italiana che ci fai con quel coso in testa? Toglilo ! “.

Non riusciamo ad essere solidali tra noi e pretendiamo comprensione dagli altri. Ci sono cicatrici non visibili agli occhi, ma che non possono essere nascoste a chi ha un’anima sensibile. Prima del non picchiare, c’è il non offendere; prima del non offendere, c’è il rispetta tutti; e tutti comprende anche chi non è simile a te, probabilmente 3/4 di mondo.

Insegnate ai vostri figli fin da piccoli che a metterli al mondo è stata una donna, che la loro vita si aggrappava stretta a quella di una donna, che hanno vissuto dentro il corpo di una donna. Insegnateli che le donne non sono il sesso debole, ma il gentil sesso. Come la formica che riesce a sollevare 20 volte il suo peso, la donna affronta sfide che un uomo può solo ammirare da lontano.

E il vero uomo è colui che riconosce questa forza, mentre chi la schiaccia è un piccolo uomo che prova a sentirsi forte.

Insegnate ai vostri figli che prima di essere donne e prima di essere uomini, siamo prima di tutto essere umani.

PennaLibera

 

 

 

 

Pubblicato in: Aylan, Senza categoria, Siria

” LE PAROLE NON HANNO MAI UCCISO NESSUNO “. IN RICORDO DI AYLAN

” Le parole non hanno mai ucciso nessuno “.

Questo affermano i vari ” Je suis Charlie “. Eppure, il padre del piccolo Aylan, dopo aver visto la vignetta satirica che rappresenta suo figlio come un futuro palpeggiatore di culi con la faccia da maiale non la pensa così… ” Ho pianto di fronte a quella vignetta, è inumana e immorale. Oggi sono più triste di quando ho perso lui e la mia famiglia “.

È forse migliore chi, facendosi scudo della cosiddetta libertà di espressione, si arroga il diritto di offendere i sentimenti altrui, di distruggere la dignità di un padre che è sopravvissuto ai suoi figli, di un marito che è sopravvissuto alla donna che amava e che avrebbe dovuto proteggere, di un uomo che convivra’ fino alla fine dei suoi giorni col lacerante senso di colpa per non essere riuscito a salvare ciò che aveva di più caro nella vita, ciò che dava un senso alla sua vita… di chi uccide in nome di un dio ? Non si muore solo a causa di un proiettile che trapassa il petto. Esistono morti più dolorose, che non riguardano il corpo, ma l’anima… esiste la morte dell’anima. Esistono corpi vivi di uomini che non vivono più.

Non sono mai stata Charlie, odio Charlie tanto quanto Daesh. Odio tutto ciò che distrugge l’umanità tanto quanto ciò che fa perdere l’umanità nelle persone.

Caro Aylan, forse non lo sai, ma, inconsapevolmente, hai dato un’importante lezione di vita al mondo intero, il tuo nome è stato sulla bocca di ogni paese su questo globo, la tua immagine, impressa nelle nostre memorie è quella di un bambino-coraggio che ha affrontato la guerra civile del paese che lo ha visto nascere, che ha cavalcato le onde di un mare affamato nella speranza di un mondo migliore… Adesso non sei qua a raccontarcelo, ma ricorda che sei riuscito a far sentire piccoli come formiche uomini superbi che credono di aver diritto su tutti e su tutto, anche su di te. Sappi che non hanno esitato a voler distruggere la tua storia, ma li hai smascherati.

Tu non ci sei più, eppure il tuo ricordo pesa quanto il mondo. Loro sono qua, traditori dell’umanità. E un giorno, chi li ricorderà?

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L’opera pro-palestinese che Alan Rickman dedicò a Rachel Corrie, attivista americana uccisa da Israele

In molti non sapranno che Alan Rickman, conosciuto soprattutto per aver rivestito i panni del professor Severus Piton, in una delle saghe più amate di sempre, è stato anche un grande sostenitore della causa palestinese.

Nel 2005 ha diretto e curato l’opera teatrale dal titolo ” Il mio nome è Rachel Corrie “, basata sulla storia vera dell’attivista americana di 23 anni che venne uccisa da un soldato israeliano.

Rachel Corrie era una studentessa dell’Evergreen State College di Olympia, Washington, ed entrò nella striscia di Gaza come membro dell’International Solidarity Movement. Durante una manifestazione pacifica, in cui si protestava contro le illegali demolizioni delle case palestinesi, un soldato israeliano investì Rachel con un bulldozer, uccidendola.

L’opera ha avuto un enorme successo, con produzioni in tutto il mondo, da New York a Haifa, nonostante le forti opposizioni da parte di gruppi filo-israeliani.

Ancora oggi, la storia di Rachel Corrie vive.

In alto le bacchette, in alto le bandiere palestinesi.

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Yasmin Benedetti racconta il suo hijab nel compito in classe assegnato dalla professoressa

Yasmin Benedetti è una bambina di 11 anni, è musulmana e frequenta la prima media. La sua professoressa di Lettere ha dato a lei ed a tutta la sua classe un compito : scrivere una riflessione riguardo una decisione che hanno comunque voluto prendere nonostante i genitori lo avessero sconsigliato.

E ad un anno dalla sua decisione di portare il velo, ecco i suoi pensieri sulla carta.

” Era il 4 Gennaio 2015 ed io stavo riflettendo sui vari aspetti della mia religione. Stavo pensando al velo, molte donne lo mettono ma non è imposto nella mia religione, e mi sono chiesta quale sarebbe stata la reazione delle persone alla mia scelta.

Allora andai dalla mamma ( che pure lei porta il velo, come mia sorella ) e le chiesi perchè alcune donne lo portano. Lei mi rispose che è per proteggerci dagli sguardi degli uomini. Perchè alcune donne tendono a scoprirsi esageratamente e in questo modo attirano gli sguardi degli uomini, il chè potrebbe essere anche pericoloso. Ma a me non interessava questo punto, mi attirava il suo fascino.

Ero consapevole che a molte persone non sarei piaciuta e che sarei stata vittima di pregiudizi e offese, ma questo era anche un modo per mettersi alla prova e capire quanto ero in grado di prendere decisioni importanti. Mettere il velo poteva anche servirmi a capire se le persone che mi volevano realmente bene riuscissero ad accettarmi per quella che sono interiormente e non esteriormente, e se sarebbero riuscite a capire che un pezzo di tessuto avvolto intorno alla testa non avrebbe potuto e non potrebbe mai cambiarmi.

Dopo tutti questi ragionamenti decisi di dire alla mamma che mi volevo mettere il velo. Lei, come mia sorella, aveva risposto di no perchè, avendo il velo, era già stata vittima di pregiudizi e offese, e non voleva che anche io passassi questi fatti. Ma io ero così convinta della mia decisione che mi misi pure a piangere, e lei  non potè altro che dirmi di si.

Quindi io il 6 Gennaio decisi di mettere il velo, e non me ne pento.

Yasmin Benedetti, 11 anni.

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Ruqia Hassan, reporter indipendente ammazzata dall’Isis

” Sono a Raqqa e ho ricevuto minacce di morte. Se mi prenderanno, mi taglieranno la testa, ma meglio una testa tagliata con dignità che vivere con umiliazione”, scriveva Ruqia Hassan prima di essere ammazzata dall’Isis. Aveva solo 30 anni. Reporter indipendente, non ha mai smesso di scrivere, di denunciare le ingiustizie. Coraggiosa, bella, ma soprattutto LIBERA. Quando vi chiederete, di nuovo, quale sia la differenza tra un musulmano e un terrorista, ricordatevi il suo viso. R.I.P

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